L'UMIDO E IL SUBLIME
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Sinfonia di carne, fango e ali nello stagno di San Crispino
Premessa dell’autrice
Scrivere di natura è per me, prima di tutto, un atto di spionaggio sensoriale.
C'è chi nello stagno vede solo un campione biologico, una sequenza di reazioni chimiche o un tranquillo idillio naturale; io ci vedo anche la vita nella sua forma più sfacciata, drammatica, irriverente e profondamente carnale.
L’ecosistema d’acqua dolce non è mai stato un luogo innocente. Sotto la superficie lucida e apparentemente immobile delle lenticchie d'acqua, la tensione è costante: è una danza ininterrotta di seduzione, possesso, contatto fisico e desiderio sotterraneo.
C’è una sensualità ruvida e primordiale nella melma che caldeggia le radici, nell’attrito delle pelli umide sui sassi caldi di sole, nello sfiorarsi di ali trasparenti e petali turgidi che tremano al minimo spostamento d’aria.
In questo racconto ho voluto catturare questa forza pulsante, intrecciandola al cinismo e all'ironia che guidano le relazioni tra le creature.
Troverete la vanità, la provocazione, la filosofia da bar e quella carica sottile, quasi epidermica, che attraversa ogni incontro. Nessuna favola con la morale: solo un pezzo di mondo acquatico da spiare molto da vicino, dove la passione non è una stravaganza della mente, ma l'unica legge fisiologica che conta davvero.
Benvenuti nel mio stagno. Accettate il caldo, l'umidità e il rischio di restarne irrimediabilmente invischiati.
***
Lo stagno di San Crispino non era semplicemente un agglomerato di acqua stagnante, calcare e detriti vegetali in via di decomposizione.
Per chiunque vi abitasse con un minimo di cognizione di causa e di amor proprio, era la capitale morale del mondo conosciuto, l'ombelico della creazione, nonché l'unico luogo dell'emisfero boreale in cui la melma potesse rivendicare una propria nobiltà di sangue e una sensualità densa, vischiosa, viscerale.
Al centro di questa teocrazia della lenticchia d'acqua viveva Aristide.
Aristide era, per mera e superficiale definizione anatomica, una rana verde, anche se nel fondo più recondito della sua anima si considerava un filosofo stoico in esilio temporaneo, costretto dalla sorte a vestire una pelle lucida, umida, ricettiva a ogni minima vibrazione termica.
Aristide possedeva un gracidio con una frequenza di risonanza capace di far vibrare le radici dei tigli circostanti e una spiccata, quasi maniacale, tendenza al dramma esistenziale.
Passava ore intere in un'immobilità contemplativa, interrotta solo dal movimento ritmico della sacca vocale che si gonfiava e si sgonfiava come un polmone pulsante di puro desiderio scontento.
«La gravità della superficie è una trappola squisitamente borghese, Clotilde» declamò Aristide, aggiustandosi con un lento, deliberato strofinamento delle cosce muscolose su una foglia di giunco leggermente imbarcata.
«Ci ostiniamo a compiere balzi prodigiosi verso l'alto, sforzando le nostre povere articolazioni femorali, solo per riconfermare, millisecondo dopo millisecondo, la nostra irreversibile e tragica caduta verso il fango primordiale. Sento il peso di questa carne umida che chiede solo di abbandonarsi alla presa dell'acqua.»
A mezzo metro da lui, sospesa nell'aria calda e densa del pomeriggio con la precisione millimetrica di un elicottero da ricognizione ad alta tecnologia, c’era Clotilde.
Clotilde era una libellula dall’addome d'un turchese metallico abbagliante e dalle ali trasparenti, la cui frequenza di battito rendeva l'aria circostante un sibilo continuo e vibrante.
Soprattutto, Clotilde era spietatamente cinica, pragmaticamente priva di peli sulla lingua e dotata di un'intelligenza analitica che non perdonava alcuna debolezza morale o imprecisione concettuale.
«Aristide, carissimo» sibilò lei, eseguendo un’impeccabile virata a novanta gradi che sfiorò la pelle tesa della rana, lasciando una traccia di fredda turbolenza.
«La tua melancolia sarebbe drammaticamente toccante se non sapessi che hai appena ingoiato una mosca con tre secondi di ritardo sulla tabella di marcia. La tua presunta tensione verso il fango primordiale è solo il risultato di una digestione lenta e dell'effetto del sole di luglio sulla tua epidermide non abbastanza idratata.»
«Non ridurmi a un banale tubo digerente dotato di zampe estensibili!» s'indignò Aristide, gonfiando la sacca vocale fino a farla sembrare un palloncino rosa confetto, teso fino al limite della lacerazione.
«C’è di più tra questo specchio d’acqua e la volta celeste di quanto la tua microscopica e meccanica corteccia cerebrale da insetto possa anche solo concepire! La mia è una ricerca di senso, un fremito della pelle che cerca rispondenza nel caos dell'ambiente bentonico!»
«I miei occhi composti contengono tremila lenti ciascuno, zampa-corta» ribatté Clotilde, avvicinandosi di pochi centimetri.
Sospesa a mezz'aria, la sua vibrazione generava un micro-vento che solleticava le delicate membrane timpaniche di Aristide.
«Vedo la realtà a trecentosessanta gradi, a duecento fotogrammi al secondo e in uno spettro cromatico che ti farebbe svenire per il terrore e la brama. Tu vedi solo ciò che ti entra in bocca se rimane fermo abbastanza a lungo sulla tua traiettoria visiva. Non confondere la bramosia della lingua con la metafisica.»
I due erano amici da due intere stagioni, un'eternità per gli standard di vita dello stagno.
La loro era una coppia assolutamente improbabile, tenuta insieme da un affetto ruvido, mascherato da un repertorio infinito di insulti metodici e ore passate a contemplare le minute assurdità del micro-universo palustre.
Condividevano il territorio con un'altra coppia di entità notabili dello stagno, le cui dinamiche sociali ed esistenziali erano, se possibile, ancora più cariche di una sotterranea, mai sopita tensione.
A tre metri dal canneto di Aristide, abbarbicato su un sasso granitico levigato dal tempo che emergeva dalla superficie come la schiena di un leviatano addormentato, risiedeva Barnaba.
Barnaba era un rospo comune di dimensioni monumentali.
Aveva la pelle verrucosa dell'incantevole e nobile sfumatura del cuoio invecchiato, costantemente lucida di una secrezione mucosa che rifletteva i raggi solari come olio prezioso.
Aveva un’espressione perennemente contrita, grave, come se stesse portando sulle proprie spalle nodose e muscolose il peso invisibile della deriva dei continenti.
Barnaba parlava raramente. Quando si decideva a farlo, la sua voce sembrava provenire direttamente da una cavità sottoterra: un rombo sordo, viscerale, che metteva in fuga i piccoli pesci e faceva vibrare i fili d'erba lungo la riva.
Accanto a lui, galleggiando su uno specchio d'acqua così limpido da sembrare cristallo fuso, regnava Gertrude.
Gertrude era una ninfea bianca, ma definirla semplicemente una pianta sarebbe stato un insulto alla sua smisurata autostima.
Gertrude era La Ninfea.
I suoi petali erano d'un bianco turgido, denso, carnoso, così puro e privo di sbavature da sembrare sfacciatamente artificiale, e il suo cuore giallo irradiava un profumo dolce, denso, a tratti stordente, che impregnava l'aria di una fragranza calda e quasi oppiacea.
Gertrude era convinta, con incrollabile fede ontologica, che la fotosintesi clorofilliana fosse un atto di pura seduzione che lei elargiva benevolmente al sole, e non un mero processo biologico.
«Barnaba» sussurrò Gertrude, schiudendo lentamente e con studiata lentezza la sua corona di petali al calore torrido del mezzogiorno. «Sento che la mia aura botanica oggi risplende di una sfumatura dorata particolarmente intesa, quasi indecente. Dimmi, la luce del primo pomeriggio si riflette sul mio pistillo con la dovuta devozione?»
Barnaba aprì un solo occhio dorato, incastonato nella sua palpebra rugosa come una gemma grezza. Guardò la ninfea.
Il suo sguardo scivolò sulla superficie liscia dei petali, soffermandosi sull'incavo profondo della corolla, dove una goccia di rugiada mattutina indugiava senza evaporare, calda e vischiosa.
«Sei bianca, Gertrude» mugghiò Barnaba con la calma imperturbabile di una scogliera battuta dalle onde. «Esattamente come ieri. Esattamente come stamattina alle sei. La luce fa il suo dovere cosmico. Tu ti esponi. Non c'è bisogno di redigere un verbale ad ogni raggio di sole che ti penetra la clorofilla.»
«Che creatura orribilmente priva di poesia!» drammatizzò Gertrude, facendo oscillare i suoi petali con un microscopico moto d'onda che agitò le lenticchie d'acqua circostanti, facendo sfiorare la parte inferiore della sua foglia contro il fianco umido del sasso di Barnaba.
«Io sono l'altare erotico su cui questo stagno celebra la bellezza dell'universo! Senza la mia presenza carnale, voi sareste solo melma, vermi tubificidi e sgradevoli larve di zanzara! Aristide lo capisce. Aristide ha la sensibilità e il tormento di un vero amante dell'arte!»
«Aristide ha la sensibilità di un ghirigoro tracciato con la coda sul fango fresco» ribatté Barnaba chiudendo di nuovo l'occhio per proteggersi dal riflesso accecante della corolla di lei.
«E mangia le zanzare che tentano di posarsi sulle tue parti molli. Sii grata per l'estetica, ma rimani bene attaccata al tuo stelo e alle tue radici nel fondale. Se lo stelo si spezza, la tua bellezza galleggia verso la cascata e diventa marciume. E a me non piace rincorrere le cose che van via con la corrente.»
Il pomeriggio nello stagno di San Crispino non si limitava a scorrere: ristagnava, bolliva, fermentava in un calore denso che ammorbidiva ogni resistenza.
La superficie dell'acqua era una pellicola tesissima, pronta a vibrare al minimo tocco.
Aristide si era trascinato lungo il gambo di un giunco, lasciando dietro di sé una scia brillante di umidità. Si posò a poca distanza da Clotilde, le zampe posteriori ripiegate con una tensione muscolare che tradiva la sua inquietudine.
«Vedi, Clotilde» mormorò la rana, abbassando il tono della voce fino a renderlo un gracidio gutturale, quasi confidenziale, «il problema della nostra convivenza non è lo spazio, ma l'attrito. Ogni volta che muovi le ali, l'aria che sposti mi sfiora la schiena come una carezza elettrica. È irritante. È allettante. È una forma di molestia sensoriale.»
Clotilde eseguì un breve volo stazionario, abbassandosi fino a che le sue zampe sottili e uncinate sfiorarono il bordo della foglia su cui stava Aristide. La distanza tra il suo addome turchese e il muso della rana era di pochi millimetri; si poteva percepire il calore sprigionato dai muscoli alari dell'insetto, un motore biologico a pieno regime.
«L'attrito è fisica, Aristide» sibilò la libellula, facendo oscillare lentamente le ali con un movimento quasi ipnotico. «Se la tua epidermide reagisce a uno spostamento d'aria, significa solo che sei iperestetico e scopertamente vulnerabile. Ti mancano le corazze. Ti manca la chitina. Sei un blocco di muscolo reattivo avvolto in una pellicola bagnata. Come puoi pretendere di filosofare quando ogni molecola d'acqua ti fa trasalire?»
«La vulnerabilità è la porta d'accesso al piacere dell'esistenza!» esclamò Aristide, avanzando di un millimetro con la bocca rosa leggermente socchiusa.
«Tu sei rigida, Clotilde. Un gioiello meccanico. Ti sei mai chiesta cosa si prova ad affondare completamente nel fango caldo, lasciando che la melma ti avvolga fin sopra le narici, mentre la superficie dell'acqua ti brucia di calore?»
«Sento il pericolo di rimanere bloccata» rispose lei con freddezza, pur senza allontanarsi.
«Il fango imbratta le ali. Se le mie ali si bagnano di melma, io divento cibo. Tu cerchi l'abbandono perché non hai nulla da perdere se non la tua presunta dignità. Io ho la grazia del volo.»
Poco distante, il dialogo tra la pianta e il rospo proseguiva su frequenze ancora più basse e viscerali. Gertrude aveva disteso completamente la sua corolla. Il profumo che emanava era diventato quasi insopportabile per chiunque non fosse assuefatto alla chimica dello stagno: una miscela di miele maturo, polline amaro e vegetazione tropicale.
«Barnaba,» disse la ninfea, con i petali che sfioravano visibilmente la base rocciosa su cui poggiava il rospo.
«Sento la tua pelle che emana un calore cupo. Il sasso è bollente. Perché non ti sposti leggermente a sinistra? La mia foglia ombreggiante potrebbe offrirti un riparo... umido.»
Barnaba non rispose subito. Inspirò lentamente, gonfiando i fianchi ruvidi e lasciando che la secrezione della sua pelle si condensasse in piccole gocce luccicanti lungo le verruche del dorso.
«L'ombra della tua foglia è troppo dolce, Gertrude» ruggì infine il rospo, senza aprire gli occhi.
«Le tue secrezioni di polline mi appiccicano le narici. Se mi metto sotto di te, finisco per respirarti tutto il pomeriggio. E poi non riesco più a concentrarmi sui movimenti dell'acqua.»
«E cosa c’è di meglio che respirare me?» provocò la ninfea, facendo scivolare un piccolo rivolo d'acqua lungo l'incavo della sua foglia, fino a far risucchiare la goccia dall'acqua attorno alle zampe del rospo.
«Sei un'ancora pesante, Barnaba. Ti ostini a stare sul tuo sasso duro, mentre potresti lasciarti cullare dalla mia fluttuazione. Sotto la superficie, le mie radici sono intrecciate nel fondo per metri. Sono una rete invisibile. Potrei stringerti senza che tu te ne accorga.»
«Lo so» mugghiò il rospo, e per la prima volta un brivido impercettibile corse lungo la colonna vertebrale dell'anfibio, facendo contrarre i muscoli delle sue enormi zampe posteriori. «Ed è esattamente per questo che resto sul sasso.»
La quiete gravida di tensione venne spezzata a metà pomeriggio.
L'aria, già satura di vapore e umori vegetali, cambiò improvvisamente pressione.
Un'ombra lunga e veloce tagliò lo specchio d'acqua, seguita da un ronzio greve, profondo, del tutto diverso dal sibilo acuto e raffinato di Clotilde.
Dalla zona d'ombra creata dalle tife dell'insenatura est emerse la Libellula Gigante del Nord.
Era un esemplare imponente, con un addome bruno striato di giallo e azzurro e quattro ali robuste come piastre di mica. La sua presenza emanava un'aggressività bruta, priva di ricami retorici.
Non volava per grazia, volava per possedere.
Dietro di lei, scivolando nell'acqua bassa con un movimento sinuoso, anguido e viscido, si fece avanti il tritone crestato.
Il tritone era lungo quasi venti centimetri, con una pelle scura, ruvida, punteggiata di macchie nere, e una cresta dorsale alta, seghettata, che ondeggiava a ogni colpo di coda come una vela di cuoio.
I suoi occhi arancioni, privi di palpebre, fissavano il centro dello stagno con un'avidità primaria.
La Libellula Gigante puntò dritta verso il canneto di Clotilde, eseguendo un sorpasso a bassissima quota che fece piegare i giunchi e sollevò uno spruzzo d'acqua.
«Questo spazio aereo è saturo di efflussi scadenti e canti stonati» rombò la libellula appena arrivata, arrestandosi in volo stazionario sopra la testa di Aristide.
«C'è troppa calma in questo buco d'acqua. È ora che le risorse vengano redistribuite tra chi sa prendersi ciò che vuole.»
Il tritone, intanto, aveva puntato la zona delle ninfee.
Ignorando completamente i piccoli pesci che fuggivano terrorizzati, fece scivolare il suo corpo muscoloso ed elastico tra gli steli di Gertrude. Il tocco della sua pelle squamosa e fredda contro i fusti teneri della pianta provocò un fremito immediato.
«Ah!» strillò Gertrude, ripiegando di colpo i petali esterni in un gesto di pura autodifesa.
«Barnaba! C'è un'entità viscida e non autorizzata che si sta strofinando contro il mio stelo primario! Sento le sue squame che graffiano la mia epidermide! È un abuso d'impatto ecologico!»
Il tritone emerse a mezzo busto, appoggiando le zampe anteriori, dotate di dita lunghe e sottili, proprio sul bordo della foglia madre di Gertrude, facendola affondare di un centimetro sotto il pelo dell'acqua.
«Che bel fiore opulento,» sibilò il tritone, facendo schioccare la lingua sottile per captare le molecole odorose nell'aria. «Troppa carne vegetale lasciata a marcire al sole. Questa radice è un ottimo punto d'appoggio per la mia muta. Ho intenzione di prendermi questo lato del sasso.»
Aristide, posizionato sulla sua tifa, sentì la pelle del ventre farsi gelida per l'indignazione.
«Creatura strisciante e priva di qualunque grazia stilistica!» gracidò, gonfiando il petto fino a mostrare le venature bianche e tese della gola. «Come osi profanare l'equilibrio estetico di questo santuario con le tue zampe palustri? Quella pianta è un monumento alla forma! Tu sei solo un verme con le zampe e una cresta ridicola!»
«Zampa corta» lo fermò Clotilde con voce tagliente, posandosi per un istante sulla punta del giunco accanto a lui. Le sue ali vibravano a un regime minimo, ma l'addome turchese brillava di una luce quasi elettrica. «Non sprecare saliva. Il tritone capisce solo la forza. E quel bestione volante lassù ha appena sfiorato la mia ala sinistra. Ha infranto la mia distanza di sicurezza.»
«Cosa intendi fare, piccola gemma azzurra?» provocò la Libellula Gigante dall'alto, compiendo un cerchio stretto attorno a loro.
«Le tue ali sono sottili. Un impatto e finisci a galleggiare come un detrito.»
Clotilde non rispose con le parole. La sua risposta fu un'accelerazione istantanea, un vero e proprio strappo nell'aria che lasciò dietro di sé un fischio acuto.
La battaglia che si scatenò non fu un disordinato scontro bestiale, ma un balletto ad alta intensità di corpi, attriti e masse d'acqua.
In alto, Clotilde ingaggiò la Libellula Gigante.
Non cercò il contatto diretto – l'avversario era tre volte più pesante – ma usò la propria superiore manovrabilità come una frusta. Saliva in verticale sfruttando la bolla di calore che risaliva dal sasso di Barnaba, per poi fiondarsi in picchiata cieca verso la gigante del nord. I loro esoscheletri si sfiorarono in volo con un suono secco, metallico, simile al sordo clic di due lame che si incrociano. Clotilde gli sfrecciava a millimetri dagli occhi composti, costringendola a continue e faticose correzioni di rotta che consumavano le energie dell'intruso.
In basso, la situazione era arrivata al punto di fusione.
Il tritone, incoraggiato dall'immobilità apparente di Barnaba, aveva fatto scivolare l'intero corpo lungo la parte superiore della foglia di Gertrude, trascinando la sua coda umida e pesante sui petali bianchi, macchiandoli di fango scuro.
«Barnaba...» supplicò Gertrude, e questa volta non c'era finzione teatrale nella sua voce. Il suo stelo, teso al limite, vibrava sotto il peso dell'intruso. «Mi sta schiacciando... Sento la sua pelle fredda che mi soffoca la respirazione...»
Barnaba aprì entrambi gli occhi. La pupilla orizzontale, nera come un crepaccio, si strinse fino a diventare una linea sottile.
Il rospo non saltò. Non era nella sua natura compiere gesti sconsiderati nell'aria.
Barnaba scivolò dal sasso.
L'impatto della sua massa di mezzo chilo con l'acqua non fu un semplice spruzzo: fu un'onda d'urto idraulica. L'acqua mossa dal suo corpo travolse il tritone, staccandolo di dosso a Gertrude e trascinandolo nel canale profondo tra i sassi.
Barnaba emerse a pochi centimetri dal tritone.
Il rospo se era gonfiato d'aria; la sua pelle verrucosa, impregnata d'acqua e secrezioni tossiche, era diventata scura, lucida, imponente. I suoi muscoli pettorali e femorali erano tesi come cavi d'acciaio sotto il cuoio dell'epidermide.
«Questo sasso» ruggì Barnaba, e la frequenza della sua voce fu così bassa da far uscire bolle d'aria dalla melma del fondo, «è il mio sasso. Questa pianta è ancorata qui. Se vuoi toccare la sua carne, devi passare sotto la mia carne.»
Il tritone, sorpreso dalla violenza cieca e dalla massa dell'anfibio, tentò di mostrare la sua cresta dorsale per intimidirlo, frustando l'acqua con la coda, ma Barnaba avanzò ancora, usando il proprio petto per schiacciare il tritone contro la parete granitica della roccia.
Il contatto tra i due corpi fu brutale, un attrito di pelli umide, muscoli e secrezioni vischiose. Barnaba non mordeva; semplicemente opprimeva, usando il suo peso e la sua densità per togliere ogni spazio di manovra all'intruso.
Nel frattempo, Aristide aveva trovato la sua rivalsa.
Vedendo il tritone bloccato e in difficoltà sotto la morsa di Barnaba, la rana verde si lanciò da un giunco con una traiettoria tesa, perfetta, quasi erotica nella sua precisione muscolare.
Atterrò direttamente sul dorso del tritone, piantando le sue lunghe zampe posteriori sulle fianchi dell'invasore e usando il proprio peso per spingerlo ancora più a fondo nella melma nera.
«Filosofia applicata, creatura di fondo!» urlò Aristide vicino all'orecchio del tritone, con la gola rosa gonfiata al massimo. «Senti la densità del sedimento? Senti come il fango primordiale rivendica la tua arroganza?»
Dall'alto, Clotilde sferrò il colpo di grazia aereo.
Sfruttando un'ultima virata a gomito, passò a un millimetro dalle antenne della Libellula Gigante, sbilanciandola con la scia del proprio battito. L'Aeshna, ormai stremata, priva di lucidità e con le ali coperte dalle gocce d'acqua sollevate dalla lotta sottostante, perse quota e andò a schiantarsi pesantemente tra i fusti rigidi ed fitti di un cespuglio di tifa, rimanendo bloccata dall'incastro delle proprie ali.
Il tritone, soffocato dalla massa di Barnaba e bloccato dalla presa di Aristide, capì che la partita era persa. Con uno scatto disperato della coda, riuscì a scivolare via da sotto il petto del rospo, abbandonando la presa su Gertrude e sprofondando nell'oscurità melmosa del canale centrale, per non far più ritorno.
La battaglia era finita, ma l'eco fisica dello scontro manteneva lo stagno in uno stato di alterazione profonda. L'acqua attorno alle ninfee era torbida, impregnata di sedimento sollevato dal fondo, di polline spezzato e delle secrezioni difensive degli anfibi.
Gertrude giaceva con i petali riaperti, ancora tremanti per la violenza del contatto. La macchia di fango lasciata dal tritone lentamente si scioglieva nell'acqua fresca, lavata via dal flusso impercettibile della corrente.
Barnaba risalì lentamente sul suo sasso.
Il suo corpo era ancora gonfio, i fianchi bilanciavano il respiro affannoso. Si riposizionò sul granito caldo, lasciando che la pelle umida si riassestasse a contatto con la pietra.
«Sei... sei stato spaventoso, Barnaba» mormorò Gertrude.
I suoi petali si riaprirono completamente, rivelando il cuore giallo imbevuto di liquido zuccherino. «C'era un'avidità quasi cieca nel modo in cui ti sei scagliato. Ti sei sporcato la pelle per me.»
Barnaba aprì un occhio, fissando il punto preciso in cui il gambo della ninfea entrava nell'acqua.
«Non l'ho fatto per te» rispose la sua voce cavernosa, ancora increspata dalla fatica.
«L'ho fatto perché il fango smosso mi dà fastidio sotto le zampe. E perché quel tritone faceva troppo rumore.»
«Bugiardo» sussurrò la pianta, facendo scivolare la punta di un petalo carnoso fino a toccare la prima verruca del piede anteriore del rospo. La secrezione liquida della pianta e il cuoio dell'anfibio si fusero in un unico punto di contatto.
Barnaba non ritrasse la zampa.
Sulla sponda opposta, Aristide era rientrato sul suo giunco.
Si stava ripulendo le zampe anteriori passandosele lentamente sul muso, con gesti precisi, quasi felini. La sua pelle brillava di una luce verde smeraldo, tesa e tonica dopo l'assalto muscolare.
Clotilde si posò di fianco a lui.
Questa volta non mantenne la consueta distanza di sicurezza: si posò direttamente sul giunco, a un centimetro dalla spalla di Aristide. Le sue ali, ancora calde per lo sforzo aereo, sfioravano l'epidermide della rana, trasmettendo un lievissimo, ma continuo tremore.
«Non sei stato del tutto inutile, zampa-corta» disse la libellula.
Il suo tono era privo della solita lama sarcastica; era una vibrazione bassa, quasi un ronzio di compiacimento. «La tua traiettoria d'attacco aveva una sua certa, barbara efficienza. Hai usato la gravità a tuo favore.»
Aristide volse lentamente la testa. I suoi grandi occhi sporgenti fissarono l'addome turchese dell'insetto, cogliendo i riflessi metallici che la luce del crepuscolo strappava alla chitina.
«Ho sentito la forza dell'impatto, Clotilde» gracidò piano la rana.
«C'è un momento, prima del contatto, in cui la massa e la velocità diventano la stessa cosa. È un'esperienza quasi sensuale. Tu lo provi ogni volta che cacci?»
«Io lo provo ogni volta che volo al limite dello stallo» rispose la libellula, facendo scivolare una delle sue zampe uncinate sulla pelle umida della schiena di Aristide.
Il tocco era leggerissimo, una puntura di spillo rinfrescante.
«Ma oggi l'aria era più densa. Più calda.»
«È lo stagno» mormorò la rana, chiudendo a metà le palpebre traslucide per assaporare il contatto. «Lo stagno non perdona chi rimane asciutto.»
Il buio scese sulla palude come una coperta di velluto umido e pesante.
Il calore accumulato dal granito e dal fango durante il giorno iniziò a risalire, creando una foschia sottile che galleggiava a dieci centimetri dalla superficie dell'acqua.
Le lucciole non si limitavano a danzare: intrecciavano le loro scie luminose in un carosello lento, ipnotico.
Il profumo di Gertrude si era aperto del tutto, diventando una sostanza quasi solida che saturava l'aria sotto la chioma del salice.
Barnaba e Gertrude non parlavano più.
La ninfea aveva adagiato la parte superiore della sua corolla contro la base del sasso, sfruttando l'ultimo calore trattenuto dalla pietra.
Il rospo aveva disteso le zampe posteriori, lasciando che la parte inferiore del suo ventre rimanesse totalmente immersa nell'acqua tiepida, a contatto diretto con le radici primarie della pianta. Erano legati da quella pressione invisibile, da uno scambio di fluidi e calore che rendeva inutile qualsiasi battibecco filosofico.
Poco distante, sul giunco che si piegava lentamente verso la superficie, Aristide e Clotilde condividevano l'oscurità.
La libellula si era addormentata, o era entrata in quel torpore vigile tipico degli insetti, mantenendo una zampa ancorata alla pelle della rana.
Aristide gonfiava la sacca vocale a intervalli lunghissimi, emettendo un gracidio brevissimo, sommerso, una nota bassa che faceva vibrare il fusto del giunco e il corpo dell'insetto sopra di lui.
«Vedi, Clotilde...» sussurrò la rana nella notte, senza attendersi una risposta, «la gravità non è poi così male. Quando il fango ti accoglie e c'è qualcosa a cui stare ancorati, cadere diventa solo un altro modo di possedere la superficie.»
L'acqua dello stagno di San Crispino continuò a fermentare e scivolare invisibile sotto la luna, carica di spore, di polline, di umori densi e di quella passione ostinata, irriverente e magnifica che regola la vita di chi nasce, ama e combatte nella melma.
Vacca 24
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